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La storia

Stemma storico del Comune di Coreno AusonioStemma storico del Comune di Coreno AusonioCoreno Ausonio è un paese del Lazio, del quale nonostante ogni sforzo non si ritrovano notizie storiche. Eppure lo stemma comunale, piuttosto complesso, fa pensare ad una lunga storia ricca di avvenimenti. Si riconosce un albero con ai lati due stelle, o forse dei gigli farnesiani. Sull’albero vi sono due grandi uccelli, al di sopra una corona regale.
Semplice la scritta “UNIVERSITAS CORENI”.

 

 

 

Piazza Umberto I e fontana monumentale - Anni '50Piazza Umberto I e fontana monumentale - Anni '50Coreno Ausonio è un piccolo centro in provincia di Frosinone a metà strada tra le località turistiche di Scauri, Formia, Gaeta e quelle storiche di Cassino e Montecassino. Dall’aspetto selvaggio e piacevole, è situato alle falde dei monti le Coste, i Magni, Perella e Maio, da cui si gode un superbo panorama sul golfo di Gaeta e sulle isole Ponziane.   

Per costruire un percorso, che porti a conoscere Coreno Ausonio, occorre partire da lontano nel tempo.
Quando ancora nel territorio non esisteva un vero e proprio paese, erano già note, fin dal periodo romano, le peculiarità delle pietre che costituivano le sue montagne. Infatti i materiali calcari utilizzati per alcune importanti opere a Pompei e lungo le vie consolari di collegamento, come l’Appia antica (teatri, acquedotti, templi ecc.), venivano estratti dalle nostre montagne.
Ciò è accertato sia dal fatto che questi materiali di pregio hanno le stesse caratteristiche delle nostre pietre (colore grigio chiaro, lineamenti, disegni derivanti da fossili di fauna e flora), sia dal fatto che i residui di quelle lavorazioni sono stati ritrovati dopo due millenni, negli anni ’50, presso le cave riaperte alla estrazione.
Nel 744 il duca di Benevento Gisulpo II° donò all’abbazia di Montecassino un vasto territorio già appartenente al gastaldato di Aquino, confinante dalla parte del mare con le nostre montagne: Costa Carosa, Monte Maio, Monte Feuci, Monte Faito ecc.. A quel tempo Coreno non esisteva, ma le contrade “Serras” e “Casalis” sì. Intorno all’anno Mille il territorio di Coreno era costituito da tre contrade: “Casale Acquevive”, “Centro” e “Villa di Casale”, abitate da gruppi di pastori e contadini provenienti dalla vicina “Fratte”. Col tempo, essi costruirono altri borghi di pietra e numerose “mantre e caselle” sparse in tutto il territorio collinare e montano.
Il nome del paese non appare ancora nel 1158, allorché il Papa Adriano IV assegna al vescovo Giacinto i centri abitati e le chiese soggette alla giurisdizione della Diocesi di Gaeta, che terminava poco oltre le “Fratte”. Le origini dell’abitato si possono fissare nella seconda metà del XIII secolo. Si potrà risalire alle famiglie esistenti nel paese al momento della prima numerazione dei fuochi, fatta eseguire dal re Alfonso d’Aragona nel 1447: la “villa di Coreno” (centro), con 54 fuochi corrispondenti a circa 270 abitanti; la “villa di Acquaviva”, con 16 fuochi, e la “villa di Casale” con 17 fuochi. La chiesa di Santa Margherita era stata terminata ed aveva avuto anche il suo primo parroco, Don Michelangelo. L’esistenza della parrocchia ha meglio consentito ai corenesi di lottare per la loro autonomia, che riusciranno ad ottenere solo nel 1586, quando il Duca di Traetto (Minturno), Vespasiano Gonzaga, nominò il primo governatore nella persona di Gian Lorenzo Palmiero. Fu una conquista fondamentale, tanto che presto si dettero lo Statuto, confermato in Teano nel 1614 dal principe di Stigliano.
La peste, che più volte flagellò un po’ tutta la penisola tra il XVI e il XVII secolo, infuriò pure a Coreno, e portò a morte gran parte della popolazione: circa 700 abitanti, in quanto il paese ne contava 1085, secondo il catasto dell’anno 1641. Seguì una grossa carestia, che afflisse il paese nel 1764, e costrinse gli abitanti a nutrirsi con pane di crusca. Molti corenesi si trasferirono a Napoli come commercianti di olio e grano, e anche come professionisti, quali i notati Nicola Parente, Michele Coreno, Giuseppe Gori, insigne artista “presepiale”, e Cherubino Coreno, insegnante di “flauto traverso”, di cui, nell’antico rione “Li Coreni”, oggi vico II Cornelia, si trova ancora la sua casa natale, sulla cui facciata si legge:
 
DOMINUS AUXILIUM SIT HIC SEMPER
AD V…CORENI ET MAGISTRORUM FAMILIAE
ANNO DOM. MDCXXXI
 
Giuseppe Gori (De Gori) nato a Coreno il 10 ottobre 1739, dimorò a Napoili dal 1759 al 1832, in Via Cristallini nei pressi di Capodimonte, dove mise su bottega. Nel museo di Capodimonte sono conservate le sue sculture di personaggi presepiali. A Natale, a Coreno, nella villa comunale viene allestito un presepe con pastori ricavati da sagome di legno, che riproducono, a grandezza naturale, i personaggi originali scolpiti dal Gori.
Non mancarono problemi sociali: il brigantaggio, per esempio, fu presente una prima volta con la banda Spicciarelli di Sessa, tra il 1743 e 1750; poi, con la banda Priatorio di Castelforte e, nel secolo seguente, con l’invasione della banda Ciccio Guerra di Mignano, che il giorno 15 agosto 1863, profittando dell’assenza dei cittadini recatisi in gran numero alla fiera della Madonna del Piano, mise a sacco alcune famiglie signorili. Tra gli altri sostanziali avvenimenti che hanno segnato la sua storia c’è la rivolta sanfedista, del 1799, che vide il famoso bandito Fra Diavolo arruolare a Coreno un manipolo di “soldati” contro i francesi. Ed infine, non per importanza ma per successione di secoli, il passaggio della seconda guerra mondiale con la “linea Gustav” che, dall’ottobre del 1943 al 14 maggio 1944, attraversò le montagne di Coreno.
Riguardo al nome, il primo documento in cui compare è nel diploma di Carlo Magno del 787, in cui si parla di “un’antichissima Villa Coreni”, e fino al 1614, quando, con lo Statuto ottenuta la definitiva autonomia, Coreno è “villa”. Sul significato del nome ci sono diverse interpretazioni: il primo toponimo, Coreno, deriverebbe dal greco “Kora Oinou”, che significa terra del vino, o ancora da “Korine(m)”, termine che indica la clava di Ercole, dio venerato in un tempio non lontano dal paese; alcuni lo fanno derivare dal cognome della prima famiglia che vi ha abitato, e dalla contrada omonima “Li Coreni”. Il secondo toponimo, Ausonio, fu aggiunto nel 1862, anno in cui per decreto furono modificati o sostituiti i nomi dei paesi che avevano la stessa denominazione allo scopo di distinguerli ed evitare confusione. Il termine “Ausonio” fu scelto per rivendicare l’appartenenza di questo territorio alla popolazione degli Ausoni, e in particolare all’antica città preromana di “Àusona”.

 

UN PAESE NELLA TRAGEDIA DELLA GUERRA
novembre 1943 - maggio 1944

Mappa bellicaMappa bellicaCoreno Ausonio ha vissuto la tragedia dell’ultima guerra, tra il settembre 1943 ed il maggio 1944, come il maggiore caposaldo della linea difensiva tedesca, la “linea Gustav”, che correva lungo le sue montagne, dal “Faito”, al “Ceschito”, ai “Feuci” e a “Monte Maio”, come risulta dagli stessi bollettini di guerra dei due eserciti contrapposti.
Che il fiume Garigliano e le montagne che lo proteggevano dovessero diventare una linea difensiva fino all’ultimo da parte dei tedeschi per contrastare la “facile” avanzata dell’esercito alleato che da Salerno era salito lungo la costa utilizzando  la propria superiorità numerica e tecnica in uomini e  mezzi, si poteva già desumere dall’ottobre 1943, quando una ordinanza del Comando germanico imponeva lo sgombro dal paese della popolazione civile, mettendo anche a disposizione i mezzi di trasporto per il trasferimento a nord di Roma.

 

Carro armatoCarro armatoLa popolazione di Coreno dimostrò in quella circostanza il suo primo atto di coraggio e di attaccamento al proprio paese,  rifiutando in massa di salire sui camion e rifugiandosi invece in montagna.
La reazione tedesca non si fece attendere, e nei giorni successivi, ci furono i primi rastrellamenti che interessarono non soltanto gli uomini da deportare nelle fabbriche belliche in Germania o al fronte a scavare trincee e trasportare con i muli il “rancio” per i soldati che veniva preparato nelle cucine da campo all’interno dell’abitato,  ma anche donne e bambini . E ciò è accaduto in varie riprese, negli otto mesi di occupazione, con l’aggiunta di razzie “spoliative” anche per privare i rifugiati del sostentamento e costringerli così a lasciare le montagne per fame. E spesso i rastrellati, vecchi, donne, bambini e uomini non abili ai lavori, venivano portati a Ceprano da dove ritornavano a piedi nei loro ricoveri in montagna.
I mesi trascorsi in montagna sono stati segnati da centinaia di episodi di sofferenze, ferocia persecuzione da parte delle truppe occupanti, eccidi come quello della “Matthia” e di “Vallauria” e  successivamente al 14 maggio, giorno in cui il paese è stato ”liberato”, il tragico impatto con le truppe marocchine.

Riportiamo di seguito, in ordine cronologico, la descrizione di alcuni di questi episodi

  • 8 settembre 1943: l’armistizio

Il giorno dell’armistizio può essere considerato l’immediata vigilia delle sventure della guerra a Coreno. L’otto settembre 1943 fu firmato l’armistizio e l’avvenimento fece sognare l’uscita da una situazione di incubi e di privazioni e furono suonate a festa le campane, ma verso sera  ci fu un’incursione aerea tedesca su Gaeta e si tornò alla realtà di una situazione che sarebbe diventata sempre più tragica.

  • 23 settembre 1943: il primo rastrellamento

La mattina del 23 settembre 1943 giunsero a Coreno alcune camionette tedesche dalle quali discesero soldati delle SS che iniziarono a rastrellare gli uomini validi che venivano caricati su dei camion in sosta in piazza. Fu un brutto segnale che convinse le prime famiglie ad abbandonare il paese per rifugiarsi in montagna.   

  • 10 ottobre 1943: l’ordine di sfollamento

Nella mattina del 10 ottobre 1943 giunse in piazza una camionetta tedesca. Ne discesero alcuni ufficiali che affissero sulla porta della Chiesa l’ordine di sfollamento da Coreno, fissando appuntamento per il giorno dopo a chi sarebbe voluto partire con gli automezzi messi a disposizione dallo stesso Comando tedesco.
Nessuno si presentò e, chi ancora non l’aveva fatto, si affrettò a raggiungere le montagne sistemandosi nei pochi metri quadrati delle “caselle” (piccoli locali che, in tempo di pace, erano utilizzati per il ricovero di bestiame e di attrezzi da lavoro) e a centinaia si ritrovarono in una situazione di promiscuità e d’igiene indescrivibili. Oltre alla penuria di viveri e di bestiame, che si assottigliavano sempre di più anche per le razzie tedesche, si aggiunse nella primavera il grosso problema della mancanza d’acqua che era stata fino ad allora “pescata” nei pozzi abitualmente utilizzati dai pastori per abbeverarci il bestiame.

  • Inizio febbraio 1944: il passaggio del fronte

L’attraversamento del Garigliano e lo sbarco di Anzio degli Alleati preoccuparono i tedeschi per un possibile accerchiamento e si ritirarono verso Esperia abbandonando la nostra pianura che diventò “terra di nessuno”. Attraverso essa una parte della popolazione di Coreno superò la linea del fronte, con l’aiuto di guide improvvisate che conoscevano il terreno tutto minato, per ritrovarsi al di là del fiume e fu trasferita in Calabria e in Lucania. Anche questo passaggio fu funestato da morti e feriti per le mine o per le fucilate di cecchini tedeschi che erano stati lasciati a guardia delle retrovie.

  • 4 febbraio 1944: tragedia a Vallauria

Uno degli obiettivi dell’offensiva alleata, all’inizio di febbraio, fu la costituzione di un ponte oltre il Garigliano attraverso la conquista di monte “Ornito” e di monte “Faito“. Nei violenti combattimenti che ne seguirono venne coinvolto un casolare (casella) che ospitava alcune famiglie, venne centrato da  alcune granate con il tragico risultato di una strage: diciotto persone morte ed altrettante ferite, tra queste i soccorritori che si erano portati sul luogo dell’accaduto.

  • 12 aprile 1944: la tragedia della “Màtthia”

Un aviatore americano, che si era salvato paracadutandosi dal suo aereo abbattuto, fu raccolto e tenuto nascosto da alcune famiglie di Coreno, dapprima nella grotta del “Lavo” e successivamente in una “casella” in contrada “Màtthia”: nonostante la consapevolezza del grave rischio di rappresaglia che il gesto di umanità avrebbe comportato se fosse venuto a conoscenza  dei tedeschi. E ciò, purtroppo, accadde, con la complicità di una spia che riferì tutto al comando germanico.
Nella notte del 12 aprile, un plotone di soldati si recò presso il casolare e vi compì una strage: fu catturato il pilota americano, furono fucilati sul posto quattro civili corenesi ed altri furono feriti mentre cercavano di sfuggire alla rappresaglia.
 

In ultimo riportiamo i numeri dei deceduti e dei dispersi:
           
- Caduti e dispersi in guerra (1940-1944)    18
- Profughi deceduti o dispersi        64
- Deceduti per esplosione di mine        29
- Deceduti per causa incerta              2
- Deceduti a causa di bombardamenti    37   
- Civili uccisi dai soldati            23
                   
Un altro dato che può risultare interessante è quello dei profughi:
 
666 persone sono state profughe nei territori occupati dai tedeschi;                                                                         
458 persone hanno attraversato il fronte verso sud raggiungendo le zone liberate;
86 i reduci di guerra.       
 

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